Questo è il racconto di Davide Piazza, finisher della durissima e bellissima gara denominata Garda Trentino Trail, caratterizzata da 62 km e 3800 metri di dislivello.
Un racconto emozionante, che appena ho ricevuto mi ha davvero colpito e reso orgoglioso.Leggerlo, ne sono certo, ti sarà di ispirazione.
La GTT 2024 è stata la mia prima ultra trail.
La volontà che mi ha spinto ad affrontare una simile sfida è quella di iniziare a cimentarmi con queste distanze per accarezzare l’idea di poter ambire alla regina delle Ultra, sua Maestà Le Mont Blanc.
Infatti, per motivi di lavoro mi reco diverse volte l’anno a Ginevra e, passata Aosta, lui è lì a guardarmi come a dirmi:
“allora? vieni?”.
Quella sarà, se mai, tutta un’altra storia.
Ma veniamo alla GTT: gara di casa legata all’affetto che ho per questo splendido luogo, che mi ha accolto oltre trent’anni fa e che negli ultimi tre anni ho ritrovato.
Gara condita dall’affetto e dalla calda accoglienza che mi ha dedicato lo staff dell’organizzazione.
Per la preparazione mi sono affidato ancora una volta al coach Davide Zecchi, che già mi ha preparato per la tripletta di mezze del 2022.
Sono partito tardi, con poca base, dopo un’estate 2023 fisicamente travagliata per problemi di schiena.
Insomma non le condizioni ideali.
Abbiamo lavorato sodo, a fatica incastrando i frequenti e a volte lunghi allenamenti nella quotidianità, con i miei tempi di lavoro piuttosto irregolari e le frequenti trasferte, facendo lo slalom con il brutto tempo, la neve a stagione ben inoltrata, il freddo.
Nei due lunghi da 40 e 50km mi son venuti mille dubbi, per le energie, ma soprattutto per la tenuta delle ginocchia, arrivate doloranti e affaticate, che mi inibiscono molto in discesa.
Una distorsione alla caviglia a metà preparazione (per quella brutta abitudine di perdere la concentrazione sul sentiero preso dai pensieri che affollano la mente …) è una bella lussazione al quarto dito a una settimana dalla gara con un deciso ed energico calcio alla gamba del letto!
Ma la costanza e la determinazione a far bene, a dare il mio meglio, mi hanno motivato per tutto il percorso e sono arrivato al giorno della gara con la convinzione di essermi preparato bene e la volontà di godermi questa splendida cavalcata che abbraccia tutte le montagne, che ogni mattina saluto alla colazione.

Senza indugio mi sono schierato in griglia in prima fila, dopo un pò di attivazione articolare.
E poi via!
Ore otto in punto: è una magnifica giornata di sole, il lago è perfetto visto dalla Ponale e, in poco più di un’ora e con in mente le parole del coach:
“parti piano, la gara si fa negli ultimi 10km”, eccomi al magnifico panorama di Punta Larici, ahimè ormai diventata meta da instagrammare da troppa gente che, con quel posto, ha poco o nulla a che fare.

Così arrivo al bellissimo sentiero e poi forestale a mezza costa fino alla prima discesa.
La affronto cautamente, lascio strada a quelli forti e in fondo al primo cambio di pendenza mi raggiunge un bel crampo al polpaccio, secco, doloroso.
Gli tiro due pugni, lo massaggio un attimo e riparto, controllandolo.
Arrivo a Molina, c'è il ristoro e poi su verso
Dromaè e Pernici, al successivo ristoro, quello di metà gara, dove incontrare il mio Sorriso speciale.

La salita è lunga e dura. Fatta insieme a 3/4 altri atleti, scambiandoci qualche parola e qualche cortesia, ma ognuno con la propria fatica.
La mia si è portata dietro l’adduttore che ha iniziato a rognare, ma che ho un po’ malmenato fino a tenerlo a bada e riuscendo a non farlo contrare del tutto.
Scollinato a Dromaè inizia la grande galoppata fino al Pernici, mi rendo conto che sto correndo agile, senza sentire le due contratture che si sono assorbite (pensavo, si erano solo anestetizzate), dosando le energie e dicendomi: “vai piano…”
Al ristoro me la prendo con calma, tolgo le scarpe, tolgo dallo zaino le boccette coi sali, mangio e bevo.
Ringrazio tutte le volontarie e i volontari a gran voce, do un ultimo bacio e poi giù.
So che la discesa è ripida, fatta tre settimane prima, la trovo molto fangosa, ancora una volta do strada, mi ritrovo a malga Grassi e poi lungo il sentiero che porta a Campi e poi a Ville del Monte.

Qui mi arriva un lucido pensiero, mentre ho pochi atleti intorno e non so come sono messo (penso molto indietro essendomi fermato a lungo al Pernici).
Non ho male.
Non ho male.
Piedi. Ginocchia. Gambe. Sterno. Spalle.
Non ho male.
È qui che ho iniziato veramente a ringraziare il coach e il mio massaggiatore per il grande lavoro svolto e sono entrato in uno stato di sospensione mentale, man mano che le energie calavano, senza abbandonarmi.
Incontro e supero , in risalita verso il ristoro di Ville del Monte un gruppetto della Ledro che mi fa i complimenti.
Ora ho lo stomaco ribaltato e dolorante, il mal di testa, ma mi servono energie e ignoro i messaggi che giungono dall'interno.
Tiro ancora un po’ la schiena intanto che mangio e respiro e poi via verso S. Pietro, dove provo a spingere un po’ ma capisco che devo conservare, mancando ancora due salite e 20 km, di cui gli ultimi 1000 metri in discesa, soprattutto.
A questo punto diventa solo una questione di testa.
Incontro poche persone e la sensazione di essere molto indietro aumenta, ma pian piano ne supero altre, in crisi di energie o poco preparate, poi lentamente affronto l’ultima salita e quindi l’ultima discesa quasi in solitaria.
Come tante volte ho fatto negli ultimi mesi essendo quella che scende “a casa”, accompagnato dalla musica dell’arrivo che sale per il pendio e risuona nella montagna.
Fantastica idea per dare lo stimolo a tenere il ritmo.
A tre km dall’arrivo la fatica inizia ad andare indietro, e ripenso alle lunghe ore di preparazione, a quanto sia importante per me passare le lunghe ore in solitaria tra i boschi, al cospetto della vista del mio lago.
Noto di non aver preso nemmeno una storta in tutta la gara, sento che ho voglia di lasciar andare qualche lacrima. Non ancora però…
Arrivano gli ultimi sali e scendi, quindi ritrovo un atleta partito con me che mi dice: “sei partito prima tu, vai, è giusto che arrivi davanti a me”.
Ora un ultimo falsopiano in discesa per i vicoli di Arco, con la musica che aumenta, un'ultima svolta e via sul rettilineo d'arrivo che corro quasi ai 4 al chilometro, sulle energie del puro entusiasmo.

Mi chiamano, mi salutano alcune persone che conosco. Sorrido.
Arrivo.
Mi fermo.
Un mio giovanissimo caro amico mi porge e mi mette la medaglia di Finisher al collo. Poco dopo a
arriva con la birra.
Prendo fiato un attimo. Mi accoscio dietro una transenna. Calo berretto e occhiali sul viso. Piango. Ora posso.
Ora ce l’ho fatta.
Me lo dico: bravo Davide!
Nei giorni successivi, già dalla sera stessa, scoprirò quanto sia stato di qualità il lavoro svolto e la guida preziosa del coach Davide, non tanto per il tempo di gara e il piazzamento, che mi soddisfa molto per le salite, ma pecca per le discese, quanto per la condizione di “uscita”, avendo fatto qualche allenamento già in settimana, senza particolari acciacchie sentendomi in forze e sano. Nel corpo, ma anche e tanto nella mente e nello spirito.
Durante la preparazione e durante la gara ho conosciuto una gestione delle energie, della sofferenza e della preparazione fisica che prima non avevo.
Cosa ne farò di questo ancora non lo so: se sarà mai sulla UTMB o chissà dove, ma ciò che so ora e che mi lascia più potente nello spirito, è che lo sport di durata e di fatica sappia donare infinite emozioni a chiunque ci si cimenti.
Davide Piazza.
Finisher in 9h09'13".